Mirazur – Menton (Francia)

Ambiente e prime impressioni

Siamo a Mentone, in Costa Azzurra, a circa 150 metri dal confine con l’Italia.
Ristorante, praticamente a picco sul mare, con i tavoli disposti in modo da consentire di ammirare il panorama, oggettivamente mozzafiato.

La prima cosa che balza alla vista è il numero pazzesco di tavoli che affolla la sala: rispetto a tutti i tre stelle italiani che ho visitato (me ne mancano un paio) l’approccio pare essere molto diverso sia dal punto di vista della ristorante che della clientela.
In Italia i tavoli sono pochi (eccezion fatta che Da Vittorio) ampi e generalmente distanziati tra di loro; qui sono tanti e di dimensioni più modeste.
Anche la clientela appare diversa: nonostante il prezzo, l’impressione che si aveva era quella di trovarsi in un ristorante normale e non un tempio della cucina moderna; tale sensazione, probabilmente ha la sua logica nell’impostazione dell’offerta gastronomica di cui si dirà tra breve.

Mise en place minimale, quasi inesistente: un piccolo vaso di fiori, il bicchiere da acqua, il tovagliolo di lino e null’altro… né un minimo di tovagliato né il poggia posate.
Le posate, infatti, saranno appoggiate direttamente sul tavolo.
Personalmente già trovo la cosa sgradevole in pizzeria, figuriamoci in un ristorante di tale livello.

Le sensazioni della cucina

Diversamente da quanto faccio di solito, non dividerò i piatti in sì e no anche perché tutti i piatti erano oggettivamente sì.

Il fatto che tutti i piatti fossero sì non vuol dire che sia stata l’esperienza gastronomica della mia vita, anzi. Non mi si fraintenda, non è stata un’esperienza negativa (come invece accadde in un altro miglior 50Best), ma non è stata un’esperienza che porterò gelosamente conservata nel mio cuore gastronomico.

Il percorso inzia con sei piccoli amuse bouche: sono sei piccoli capolavori che, a mio modesto avviso, celano l’unico piatto che mi ha fatto letteralmente attaccare alla sedia, ossia il grissino di scorzanera con lardo di Colonnata e polline.

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Dopo il benvenuto della cucina è arrivato il momento del pane e dell’olio.
Per quanto io non sia un amante dell’olio (sono cresciuto con i nonni materni che utilizzavano il burro per qualunque cosa), devo ammettere che l’ho gradito parecchio.
C’è da dire che non è il classico olio d’oliva extravergine, quanto un olio d’oliva insaporito con spezie e limone di Mentone le cui note gustative tendono, quindi, a coprire il vero sapore dell’olio.

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Il pranzo è poi proseguito in maniera ordinata con tutta la sequenza dei piatti che, com’era lecito attendersi, non prevedeva una distinzione tra antipasti, primi e secondi.

Tutti i piatti sono risultati assolutamente perfetti nei sapori, equilibrati al millimetro e trasmettevano, per buona parte, la classica opulenza dalla cucina francese anche se con una connotazione molto più leggera.
Considerate le origini dello Chef, mi sarei aspettato, forse, un richiamo, anche fugace, ai suoi sapori sudamericani.

La scelta delle materie prime è stata improntata, un po’ come per il St. Hubertus, nel chilometro zero, ossia piccoli produttori della zona che possano mantenere una filiera molto ridotta e attenta alla stagionalità (all’inizio del pasto ti regalano un quadernino in cui vengono indicati gli ingredienti vegetali utilizzati dal ristorante e, appunto, la ciclicità produttiva).
In ragione di tale impostazione il menù «evolves freely according to the available products and the Chef’s inspiration» e, quindi, non è possibile avere un’anteprima di come sarà composta l’esperienza gastronomica che si andrà ad affrontare.

***

Come scrissi a proposito del St. Hubertus, se commentare un tre stelle è difficilissimo, figuratevi quando si tratta anche del Miglior ristorante del mondo (2019) secondo 50 Best.

La cucina è stata perfetta, tutti i piatti erano equilibrati al millimetro, ma non sono riuscito a trovare quella scintilla, a volte anche supportata da una qualche imperfezione, che mi faccia provare un’emozione.
La sensazione che ho provato è che si trattasse di una cucina molto comfort che non avesse nemmeno l’intenzione di essere concepita per stupire.
Ripeto, tutto perfetto, ottimo, preciso, bilanciato, ma…

Il servizio è la cosa che mi ha deluso di più in quanto non sempre precisissimo e frettoloso: in un tre stelle francese, miglior ristorante del mondo, è impensabile che quando versano l’acqua venga spanta più volte sul tavolo.
Sempre poco carino, considerato che il ristorante dista circa 150 metri dal confine con l’Italia è che nessuno dei camerieri parlasse italiano, solo una gentilissima Runner, ma non ha quasi mai interagito con me.

La carta dei vini, considerato il livello, non mi è parsa particolarmente estasiante: 21 pagine in tutto con quasi solo vini francesi a prezzi (mediamente) da ustione alle mani; orientarsi sul wine pairing diventa quasi un obbligo.
Le pagine dedicate all’Italia, tra bianchi e rossi, erano ben quattro e, se non erro, non c’era traccia di una bolla.

Rapporto qualità/prezzo della cucina è ottimo in quanto, a differenza di quanto accade in giro per i ristoranti stellati italiani, i piatti del menù degustazione non sono un terzo/metà della porzione normale, ma appunto, una porzione normale; si arriva a fine della degustazione ben pasciuti.
Da ricordare che esistono solo ed esclusivamente i menù degustazione e non è previsto un menù alla carta.

Cosa dicono le Guide

Guida Michelin Francia 2020: tre stelle

(22.02.2020)

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