Yard – Verona

Nel pieno centro di Verona, in corso Cavour, in un palazzo storico con una ristrutturazione di stampo industrial, si trova lo Yard, un ristorante eclettico dalle mille sfaccettature, ma con un menù senza una particolare identità gastronomica.

La prima cosa che colpisce è l’impressionante numero di tavoli; praticamente uno attaccato agli altri.
Nonostante l’ambiente apparentemente casual, la mise en place risulta essere apparentemente formale, quasi a voler cercare di dare maggior tono al locale.

Pork, foie gras & champagne (Pancia di maialino aromatizzata alla paprika dolce, scaloppa di foie gras, insalata di frutti di bosco e gel allo Champagne)
La pancia di maialino era buona anche se non sono riuscito a percepire l’aromatizzazione alla paprika e il foie gras era più che ragionevole.
Tuttavia il piatto non è risultato essere particolarmente stimolante anche per via della complessiva dolcezza al limite dello stucchevole.
La frutta rossa fresca, peraltro così distribuita, non ha dato nessuna nota di acidità utile a sgrassare o a sopire la dolcezza.

Truffle ramen (Ramen noodles con tartufo nero della Lessinia al profumo di zenzero e sakè, uovo cotto a bassa temperatura, pak-choi al vapore ed erba cipollina)
Piatto che si potrebbe definire fusion che non va al di là del valore dei singoli ingredienti che lo componevano.

Coffee tuna tataki (Filetto di tonno rosso alla polvere di caffè, servito con burratina pugliese IGP e pomodorini confit)
Anche questo è un piatto dall’innovatività pressoché nulla, quindi, per essere piacevole deve essere un perfetto equilibrio di sapori: così non è stato.
Le materie prime erano ragionevolmente buone, ma il caffé asfaltava quasi tutto.

Il pregio e il difetto di questo locale, principalmente destinato alla middle-upper class Veronese, è l’assenza di un filo conduttore nel menù che, infatti, spazia dai piatti della tradizione italiana (parmigiana) sino a toccare l’estremo oriente con un ramen luxury style a base di tartufo, passando per piatti dalla dubbia valenza gastronomica, ma dalla spiccata connotazione di opulenza economica: il filetto di scottona avvolto in una vera foglia d’oro 24k che ricorda molto Salt Bae (cui prodest?)…

Chiunque, in pratica, riesce a trovare un piatto per il proprio palato senza, però, esserne emozionato.

Pane Carasau tendente al gommoso… Imperdonabile!

Servizio apparentemente formale, ma in realtà avventizio con parecchie sviste qui e là a partire dalla pessima frase «non le porto la carta dei vini perché i vini alla mascita glieli dico dico io», peccato che non avessi espresso la volontà di bere un bicchiere al calice…

Carta dei vini, considerato il locale, più che ragionevole con ricarichi ondivaghi.

Cosa dicono le Guide

Guida Michelin 2020: piatto
Gambero Rosso Ristoranti d’Italia 2020: non presente
I Ristoranti e i Vini d’Italia 2020: non presente

(12.01.2020)

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