El Coq – Vicenza

Ambiente e prime impressioni

Questo è il periodo dei ritorni: la prima volta che ho cenato da Cogo (ex enfant prodige che ha conquistato la stella a 25 anni, uno dei più giovani di sempre in Italia) era nel maggio 2016, quando El Coq si trovava ancora a Marano Vicentino, in un posto così disperso che nemmeno il navigatore riusciva a portarti a destinazione; ormai i vecchietti del paese lo sapevano e non appena vedevano uno in giacca gli chiedevano se cercasse il ristorante..

La cornice ora è una delle più suggestive di tutta Vicenza: Piazza dei Signori, esattamente davanti alla Basilica Palladiana.

Il percorso del menù degustazione è calcolato in base alla durata della cena e non sul numero delle portate: i menù durano rispettivamente una, due o tre ore; ognuno dei tre menù, rigorosamente alla cieca, ha il nome di una delle tre Parche.
Io, ovviamente, ho scelto quello della durata di tre ore, abbinato a Cloto.

La sala del ristorante è un’installazione artistica di Matteo Cibic sulle tinte del blu, azzurro e violetto; le finestre rigorosamente chiuse.

All’arrivo, il tavolo, con una piacevole e ben stirata tovaglia azzurrina è totalmente sgombero da qualsivoglia oggetto tranne una busta contenente una lettera che il cameriere afferma essere stata scritta appositamente per me… premesso che non è evidentemente vero, sarebbe stato un tocco di classe quello di personalizzarla con il nome dato dall’Ospite al momento della prenotazione; in buona sostanza, a parte la descrizione dell’idea del locale, viene chiesto cortemente di non fotografare nulla…

Piatti sì

Chawanmushi, percebes, ‘nduja e cipollotto
Un piatto assolutamente perfetto!
Innanzi tutto il gioco del contrasto nelle consistenze: da un lato la consistenza, simile al budino del chawanmushi, contro la delicata callosità del percebes.
Poi arriva il sapore un po’ grasso dell’uovo, la nota marina del bruttissimo (ma buonissimo) cirripede e del brodo dashi, il dolce piccante della ‘nduja e un tocco leggermente pungente del cipollotto.

Cannolo ripieno di foie gras, cinghialetto, kumquat e carota
Questo è un piatto dall’infinita golosità dove il sapore dolce e cremoso del foie gras continuta ad inseguire il sapore leggermente selvatico e consistente della tartare di cinghialetto in un vortice di sapori sempre equilibrati; sul fondo arriva il gusto agrumato del kumquat a dare un po’ di freschezza e a ripulire il palato.

Piatti no

Tuorlo marinato e affumicato, crema di halapegno e cocco, zucchine grigliate, fiori di zucca e funghi shitake
La crema di cocco e halapegno era oggettivamente spettacolare: divertente la sensazione del dolce del cocco mescolata al dolce piccante del peperoncino.
Purtroppo il tuorlo marinato spiccava veramente molto di sale, decisamente troppo.

Piccione, crema di finferli, oca del Perù e fondo di cottura del piccione
Scelta, volutamente contro corrente, dello Chef di proporre un piccione con una cottura lunghissima per ottenere un cambio sia di consistenza che di sapore: la carne appariva, quindi, più morbida, meno rossa e dal sapore meno ferroso.
Sarà un mio limite, ma non mi ha convinto per nulla.
Il piccione è un piatto che o si ama o si odia, ma ha una sua essenza e sua tipicità che, in questo caso, è andata persa.

***

Parto dal fondo dicendo, subito, che non si tratta di un ristorante semplice: per potersi sedere a tavola senza il rischio di restare seriamente delusi, si deve avere una non  indifferente apertura mentale.

Le portate, escluso il benvenuto dello Chef (una selezione di burro e di olio molto interessente ed inusuale) e la piccola pasticceria, sono state ben 16: nonostante l’indubbia impegnatività del percorso, il tempo è volato ed è rimasto, come promesso dal nome del menù stesso, nelle preventivate tre ore.

I piatti sono tutti molto complessi con una miriade di ingredienti, che toccano praticamente tutti e cinque i continenti, frutto del continuo peregrinare dello Chef, ma l’equilibrio è pressoché (quasi) sempre garantito.
Ci si potrebbe domandare se sia propri così necessario girare il mondo alla ricerca di ingredienti strani…. La risposta non può che essere rimessa alla sensibilità di ogni singolo cliente, anche sulla base del suo palato.
Nell’immediato, ammetto di non aver gradito l’impostazione, ma ora, a qualche giorno di distanza, meditando sulla cena, non posso che rivedere il mio giudizio.

Carta dei vini non particolarmente estasiante e con ricarichi un po’ abbondanti, anche a causa dell’indubbio valore della location.

Brutto, come sempre, l’obolo di ben 5 euro per il coperto anche nel caso del menù degustazione… è proprio così necessario considerato che si tratta di una sorta di prezzo a forfait?

Cosa dicono le Guide

Guida Michelin 2019: una stella
Gambero Rosso Ristoranti d’Italia 2019: 83 punti
I Ristoranti e i Vini d’Italia 2020: 3 cappelli

(20.10.2019)

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