Ambasciata – Quistello (MN)

Ambiente e prime impressioni

Andare a mangiare a l’Ambasciata di Quistello, stella Michelin, è come fare un salto indietro nel tempo: d’improvviso ci si ritrova negli anni ’60 – ’70.

L’ambiente è barocco, con libri, tappeti, drappeggi e argenti un po’ ovunque.
Il clima che si respira è quello di un ristorante di altri tempi con un servizio che vorrebbe essere formale, ma che si scontra con atteggiamento a volte eccessivamente amicale con cadute di stile che (a qualcuno) potrebbero dar fastidio: io sono entrato subito nel “clima” e mi sono adeguato, ma non nascondo che i primi minuti mi hanno lasciato un po’ perplesso.

I piatti

Questa volta, a voler essere onesti, non posso dividere in piatti sì e no in quanto tutti i piatti sono, in linea di massima sì, ma un sì smorzato.

Mi spiego meglio.

(Quasi) Tutti i piatti sono stati eseguiti alla perfezione, con grande attenzione alle materie prime e grandissima esperienza dettata da decine d’anni di lavoro dello Chef.

I sapori risultano sempre ben bilanciati, senza particolari stonature, ma, nel contempo, senza trasmettere particolari emozioni.

Leggermente fuori dal coro il sorbir d’agnoli in brodo di cappone e coda di bue.
Col bevr’in vin si è assistito ad un continuo rincorrersi di sapori tra loro contrastanti, come se fossero coinvolti in un armonioso girotondo; da una parte la piena corposità del brodo di cappone e dall’altro le note aspre del lambrusco della Cantina di Quistello: un vero piacere per il palato.

Leggermente al di sotto delle aspettative, invece, è risultata la faraona del Vicariato di Quistello con uva fresca e secca, arancia, mostarda, melograno e menta.
Non pienamente convincente la cottura della faraona e il fondo del piatto era eccessivamente allagato.

***

La cucina è quella del territorio, bella, genuina, opulenta con i sapori che arrivano diretti come una schioppetta; ovvio, non ci si deve aspettare innovazione che, d’altra parte, nessuno nel ristorante pacificamente cerca.

I prezzi sono un po’ fuori standard, ma, ragionando sull’abbondanza delle porzioni, si perdona tutto: ammetto di aver avuto grande difficoltà a finire la cena nonostante abbia abdicato pesantemente sui dolci di cultura del Vicariato di Quistello.

Alla fine della cena, dopo aver respirato per due ore abbondanti il clima dell’Ambasciata, mi sono reso conto di aver vissuto in un bellissimo film di felliniana memoria che, tutto sommato, è riuscita a farmi innamorare del posto, cosa oggettivamente molto rara per una persona come me.

A questo punto sorge spontanea una domanda, ma la Stella?
Tutto sommato sì.
Tralasciando il fatto che ho visitato “stelle” veramente deprimenti, qui, indubbiamente, ci si trova di fronte ad un baluardo della cucina tipica mantovana, espressa ad un alto livello, seppur secondo i canoni di classicità.
Per assurdo, guardando solo la cucina, “capisco” di più questa stella che non quelle di altri locali, altrettanto classici, ma più blasonati.

Carta dei vini non eccessivamente ampia, ma con ricarichi mediamente modesti: basti pensare che la bottiglia di ottimo lambrusco che ha accompagnato la mia serata è costata ben 15,00 euro.

Cosa dicono le Guide

Guida Michelin 2019: 1 stella
Gambero Rosso Ristoranti d’Italia 2019: senza voto
I Ristoranti e i Vini d’Italia 2019: 1 cappello

(23.03.2019)

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