Amistà – Corrubbio (VR)

Ambiente e prime impressioni

Sono sincero, ho conosciuto l’attuale Executive Chef quando era Sous Chef in un altro ristorante. Appena mi hanno detto che aveva preso le redini del ristorante Amistà, ho deciso di andare a metterci il naso.

Per chi non conoscesse il luogo, è il ristorante del Byblos Art Hotel, ossia non solo un hotel cinque stelle lusso, ma anche un vero e proprio museo di arte moderna.

Oggettivamente è abbastanza inusuale mangiare circondati da opere d’arte.
La mise en place è quella classica del ristorante di lusso anche se le sedie colorate (rigorosamente in tinta col fondo del bicchiere dell’acqua) con arabeschi neri, conferiscono una nota eversiva che, tuttavia, mi pare un po’ trash.

Piatti sì

Asparagi verdi delle Terre Euganee, Monte Veronese, uovo di gallina e tartufo nero pregiato
In realtà è un piatto dall’innivatività molto modesta: uovo a bassa temperatura e spuma di qualcosa sono ormai un classico della cucina contemporanea.
Tuttavia, quando un piatto risulta essere perfettamente bilanciato nelle consistenze (asparagi croccanti il giusto) e nei sapori bisogna, comunque, riconoscere la capacità dello Chef, soprattutto quando non si butta a capofitto in spume piacione e burrose.
Il tarufo, anche se non previsto nella versione originale del piatto, ha aggiunto un tocco in più.

Zuppa di granceola
Sono onesto, non amo particolarmente le portate che richiedano particolari istruzioni d’uso: metti questo qui, quello lì e quell’altro là…
L’approccio al piatto dovrebbe essere diretto ed immediato.

L’insalatina di granceola, condita con sedano, maggiorana ed aromi, era veramente delicata e il sedano, lungi dal coprire il sapore della granceola riusciva ad esaltarlo dando una piacevole sensazione di croccantezza mentre si masticava.
La zuppa, anch’essa di granceola, probabilmente era un po’ troppo ristretta e, pertanto, tendeva a spuntare un po’ di sale (non certamente fastidioso) ma, in ogni caso, riusciva ad equilibrarsi bene con i fagioli neri e con il cavolfiore.
Orbene, dopo averla mangiata, mi hanno spiegata come avrei dovuto affrontare: ovviamente, non era come ho fatto io.
Ciò detto, secondo me,  mescolando i due ingredienti direttamente nella zuppa si ottiene un ottimo piatto.

Piatti no

Filetto di manzo piemontese julienne, senape, prezzemolo e mandarino
Anche questo piatto, eccezion fatta per la preparazione alla julienne della carne, appare essere di limitata innovatività.
Il vero problema del piatto è risultato essere il bilanciamento dei sapori che viravano eccessivamente sulle note dolci, senza nulla che le contrastassero un po’: la senape che avrebbe dovuto essere l’elemento di rottura, è apparsa un po’ troppo delicata e si spegneva nel mandarino.

***

Nei piatti si percepisce chiaramente la capace mano dello Chef, tuttavia, la politica dell’Hotel di volersi limitare (probabilmente per il momento) ad una cucina del territorio, ancorché rivisitata, pare essere una serrante manetta.

I piatti, nel loro complesso, sono ben eseguiti, bilanciati, puliti e nitidi, tuttavia, senza alcun guizzo di fantasia o di particolare elaborazione che possa portare l’ospite a provare una nota di stupore, se non per il conto finale che, oggettivamente, appare essere un po’ salato: quasi 90 euro per un antipasto, primo e secondo.

Il servizio è ancora un po’ arruginito e la carta dei vini, non particolarmente ampia, presenta ricarichi importanti per i grandi nomi mentre per i vini meno da copertina il prezzo pare interessante.

 

(16.03.2019)

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