La Locanda – Verona

A pochi passi da Ponte Pietra, da pochi mesi, ha aperto una costola della famosa Osteria Enoteca Alcova del Frate, che si propone di fare cucina innovativa.

Lo spazio è, oggettivamente, molto ristretto sia per i clienti che per il personale di cucina, che è costretto a operare in pochissimi metri quadri: tali ristrettezze di spazi, da un lato, si ripercuotono sul comfort una volta seduti a tavola, nonstante la mise en place molto minimale, e, dall’altro, si riverberano sui tempi d’attesa, mediamente lunghi, soprattutto quando il locale ospita più avventori.

Dopo alcuni piccoli amuse-bouche, il pranzo ha il suo inizio con un uovo morbido, crema di scalogno dorato, spuma di patate e dragoncello che dimostra sin da subito, grazie alle note dolci del burro e dello scalogno, il suo carattere bello “piacione” che riesce ad incontrare il favore di qualsiasi commensale senza, però, risultare particolarmente interessante o innovativo.

La triglia da scoglio, caprino aromatizzato all’arancia e carciofo in tempura presenta, invece, qualche problema di cottura tant’è che la consistenza del pesce risulta essere un po’ anomala e la pelle appare di consistenza leggermanete gommosa; i sapori, nel complesso, sono ben equilibrati (forse il limone del carciofo spunta un pochino), ma anche in questo caso non si trova grande innovatività.

Con l’animella di vitello, cardoncelli crudi e cotti, ristretto di carne all’anice stellato il pranzo subisce un’impennata (che onestamente sarà anche l’unica): le animelle, cotte alla prefezione, riescono a mantenere la loro identità nonostante il sapore corposo dei funghi, nella loro duplice consistenza; il ristretto di carne conferisce la giusta sapidità al piatto e la nota dell’anice dà una ventata di piacevole freschezza in chiusura.

Subito dopo il top si incontra un down ossia i fusilloni Felicetti con sedano veronese, battuta di manzo, nocciole e tartufo.
Purtroppo, sia la battuta di manzo che le nocciole risultano essere, di fatto, non pervenute e, quindi, il piatto si basa unicamente su sedano rapa e tartufo che danno vita ad un piatto poco sensato.

Con il rombo chiodato, cime di rapa, bagna cauda, stracciatella e caviale di salmone il pranzo rientra in carreggiata, purtroppo, senza accellerare per colpa di un piatto in cui le (troppe) note salate, derivanti dalla compresenza della bagna cauda e delle uova di salmone, non riescono ad essere ammorbidite dalla stracciatella.

A chiudere una mousse al fondente tostato, crumble di cacao, arachidi salate e mou di caramello al caffè in cui, purtroppo, le note del cacao non riescono a trovare un valido bilanciamento risultando così assolutamente preponderanti e, quindi, monotòne.

Ovviamente, la strettissima parentela con l’Alcova del Frate porta con sé una carta dei vini di sicuro interesse alla quale, comunque, vengono aggiunti interessanti autonomi spunti, anche se, nel complesso, con ricarichi sensibili.

(28.12.2018)

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